I fiumi

I fiumi, di Giuseppe Ungaretti

Mi tengo a quest’albero mutilatoMi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre
⁣⁣⁣⁣

 

Se io fossi un angelo

Lucio Dalla – Se io fossi un angelo

(Lettura ad alta voce di Lizandra Tonidandel)

 

Se io fossi
Un angelo
Chissà cosa farei
Alto biondo
Invisibile
Che bello che sarei
E che coraggio avrei
Sfruttandomi
Al massimo
È chiaro
Che volerei
Zingaro, libero
Tutto il mondo
Girerei
Andrei in Afghanistan
E più giù in
Sud Africa
A parlare con
L’America
E se non
Mi abbattono
Anche coi russi
Parlerei
Angelo
Se io fossi un
Angelo
Con lo sguardo
Biblico
Li fisserei
Vi do’ due ore
Due ore al massimo
Poi sulla testa
Vi piscerei
Sui vostri traffici
Sui vostri dollari
Sulle vostre belle
Fabbriche
Di missili
Se io fossi un
Angelo
Non starei mai
Nelle processioni
Nelle scatole
Dei presepi
Starei seduto
Fumando una Marlboro
Al dolce fresco
Delle siepi
Sarei un buon angelo
Parlerei con Dio
Gli ubbidirei
Amandolo a modo mio
A modo mio
Gli parlerei
A modo mio
E gli direi
I potenti
Che mascalzoni
E tu cosa fai
Li perdoni
Ma allora
Sbagli anche tu
Ma poi non
Parlerei più
Un angelo
Non sarei più un
Angelo
Se con un calcio
Ti buttano giù
Al massimo
Sarei un diavolo
E francamente
Questo non mi va
Ma poi l’inferno
Cos’è?
A parte il
Caldo che fà
Non è poi
Diverso da qui
Perché io sento che
Son sicuro che
Io so che
Gli angeli
Sono milioni di
Milioni
E non li vedi
Nei cieli
Ma tra gli uomini
Sono i più poveri
E i più soli
Quelli presi
Tra le reti
E se tra gli uomini
Nascesse ancora Dio
Gli ubbidirei
Amandolo a modo mio
A modo mio
A modo mio
A modo mio

Una poesia di Eugenio Montale


Eugenio Montale – Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

(Lettura ad alta voce di Françoise Picamal)


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

La pioggia nel pineto

La pioggia nel pineto, di Gabriele D’annunzio

(Lettura ad alta voce di Celeste la Capria)

TACI. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Le avventure di Pinocchio

(Lettura ad alta voce di Nelly Gámez)

 

— C’era una volta…

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di  mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:

— Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.

— Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina
sottile sottile, che disse raccomandandosi:

— Non mi picchiar tanto forte! —

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Cristo si è fermato a Eboli

(Lettura ad alta voce di Josefina Citino)

 

‐ Noi non siamo cristiani, ‐ essi dicono, ‐ Cristo si è fermato a Eboli ‐. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto piú profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua e qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il; male non è morale, ma e un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.

👉 I migliori libri per imparare l’italiano!

 

Gli gnomi

(Lettura ad alta voce di Valentina Volpato)

 

Gli gnomi

Di Jacob e Wilhelm Grim

C’era una volta un calzolaio che, senza averne colpa, era diventato cosi povero che non gli rimaneva altro che un pezzo di cuoio per fabbricare un solo paio di scarpe. Cosi alla sera le preparò tagliate per poi iniziare il lavoro di cucitura il mattino successivo. E poiché aveva la coscienza a posto si mise tranquillamente a letto, si raccomandò al buon Dio e si addormentò.

Il giorno seguente, dopo che si fu alzato ed ebbe detto le sue preghiere, si accinse al lavoro ma trovò entrambe le scarpe già pronte sul tavolo. Rimase così meravigliato da non sapere cosa dire. Prese in mano le scarpe per esaminarle meglio: erano fatte così bene da non avere neppure una cucitura fuori posto. Un autentico capolavoro.

Poco dopo entrò nel negozio un cliente e le scarpe gli piacquero talmente tanto que le pagò più del loro prezzo. Il calzolaio poté così comprarsi il cuoio per fabbricare due paia di scarpe.

Le preparò tagliate alla sera e il mattino seguente voleva mettersi al lavoro di buona lena ma non ce ne fu bisogno, poiché al suo risveglio le trovò già pronte. I compratori non mancarono e gli pagarono così tanti soldi che poté acquistare il cuoio per quattro paia. Il mattino seguente trovò anche queste scarpe pronte e le cose continuarono ad andare avanti così; ciò che lui alla sera tagliava al mattino era pronto, di modo che ebbe di nuovo delle buone entrate e presto fu un uomo benestante.

Ora accade una sera, poco prima di Natale, che l’uomo, dopo aver tagliato il cuoio e prima di andare a letto dicesse a sua moglie: – Cosa ne diresti se stanotte rimanessimo alzati, per scoprire chi ci fornisce questo aiuto prezioso?

La donna fu d’accordo e così accesero un lume e poi andarono a nascondersi in un angolo della stanza, dietro gli abiti appesi. Da lì si misero a spiare.

Quando fu mezzanotte arrivarono due graziosi omini nudi i quali si posero davanti al tavolo di lavoro del calzolaio, presero il cuoio tagliato e, con le loro minuscole dita, iniziarono a infilzare aghi, cucire e ribattere con tale velocità e precisione che l’uomo non riusciva a distogliere gli occhi per la gran meraviglia. Non si arrestarono un attimo finché tutto fu portato a termine e il lavoro fu in bella mostra sul tavolo. Subito dopo schizzarono via.

Il mattino seguente la moglie parlò così: – Quegli omini ci hanno resi ricchi. Dovremmo mostrarci rinoscenti nei loro confronti. Vanno in giro senza uno straccio addosso e rischiano di gelare. Sai una cosa? Voglio cucire per loro camicia, giacca, corsetto e pantaloni e lavorare a maglia un paio di calze per ciascuno; tu invece farai un paio di scarpe a entrambi.

L’uomo disse: – Ne sarò ben felice.

Alla sera, quando tutto fu pronto, posero sul tavolo da lavoro i regali invece del cuoio tagliato, e poi si nascosero per vedere l’effetto che avrebbero avuto.

A mezzanotte giunsero gli gnomi a  balzelli e volevano mettersi al lavoro, ma quando al posto del cuoio trovarono quei graziosi abitini confezionati, prima si meravigliarono, poi furono travolti dalla gioia.

Rapidamente si vestirono, passarono le mani su quegli abiti, ancora increduli, quindi intonarono una canzoncina:

Or che abbigliati di tutto punto siamo
di fare i calzolai noi smettiamo.

Ballarono, saltarono, schizzarono su sedie e banchi e alla fine, sempre danzando, si diressero alla porta. Da allora in poi non tornarono più, ma al calzolaio de le cose andarono bene finché visse ed ebbe fortuna in tutto ciò che intraprese.

👉 I migliori libri per imparare l’italiano!

 

Ti racconterò tutte le storie che potrò

(Lettura ad alta voce di Alessandro D’Amore)

 

Mentre Paolo mi parlava di quella parte di città in cui era nato, la Kalsa.

Lui amava le strade e i palazzi che raccontano la storia. Era come se il suo cuore battesse con lo stesso ritmo di tutti i sognatori di Palermo. E in quel momento sentivo che anche il mio cuore batte a con tutti loro. Paolo tornò a parlarmi della sua professione, che l’aveva già forgiato. Era un uomo che cercava la verità. Mi disse: “dove non c’è verità non c’è giustizia”. E poi aggiunse: “La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società. Ecco perché non posso concedermi molti spazi per me. Tanta gente aspetta una mia decisione. E oggi è una giornata preziosa, unica”. Per me lo era già una giornata speciale. Quella mattina in riva al mare mi innamorai di Paolo. E lui di me. Era come se ci fossimo innamorati per la prima volta, anche se avevamo già la nostra età. Lui ventott’anni, io venticinque. Vorrei tanto augurare la nostra felicità di quel giorno a tutti i giovani, a quelli che sono già innamorati e a quelli che ancora non lo sono. L’amore è fondato sulla condivisione. E quel giorno, quei due ragazzi iniziavano a condividere i loro pensieri, le loro parole. Io gli raccontavo dei miei sogni. Lui mi raccontava le sue storie. E quella passeggiata al foro italico sembrava non dover finire. Mi ricordo, era vestito con degli abiti semplici, quasi umili direi. Un pantalone e una maglietta, nient’altro. Non è mai cambiato in questo.

 

👉 I migliori libri per imparare l’italiano!

 

I giorni della merla

(Lettura ad alta voce di Cristina Crecente)

Cosa sono “I giorni della merla“?
Perché si chiamano così?

Quella che state leggendo è una storia antica, ma molto affascinante: la leggenda dei tre giorni della merla.

Secondo quello che ci è stato tramandato, sappiamo solo che così venivano chiamati  gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31.
Durante quei giorni, a Milano, ci fu un inverno molto rigido e freddo. Cadde tanta neve bianca e soffice che si era distesa come un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città: il paesaggio era davvero stupendo!

I protagonisti di questa storia sono un merlo, Pasquino, una merla, Nerea e i loro tre figlioletti: Verina, Podino e Sirino. La bella famigliola era arrivata in città verso la fine dell’estate e aveva sistemato il nido su un alto albero nel cortile di un palazzo del quartiere Porta Nuova.

Lì si erano sistemati bene, ma l’inverno era arrivato presto e il freddo era gelido e pungente; per questo Nerea, un giorno, disse a Pasquino: “Il freddo è troppo e la neve è tanta: i nostri piccoli moriranno! Dobbiamo cercare un altro rifugio”.
Così, Pasquino, dopo aver perlustrato la zona, decise di sistemare il nido sotto una grondaia al riparo dalla neve che in quell’anno era particolarmente abbondante. Ogni giorno Pasquino e Nerea si davano il turno per mettersi alla ricerca di cibo per i loro piccoli.
Ma era molto difficile perché il gelo aveva congelato e irrigidito ogni cosa e la neve copriva ogni piccola briciola.

Fu così che un giorno il merlo Pasquino decise di volare nei paesi vicini a Milano, deciso a trovare un rifugio più caldo per la sua famiglia e disse a Nerea: “Volerò ai confini della città, per trovare un posto più accogliente per noi e i nostri piccoli!”.
Intanto, continuava a nevicare e così la merla Nerea, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo e sofferenti per la fame, decise di spostare il nido su un tetto vicino, dove fumava il comignolo di un camino da cui proveniva un po’ di tepore.

Il freddo gelido e tenace durò tre giorni: il 29, il 30 e il 31 gennaio. Quando, dopo questi tre giorni, tornò il merlo Pasquino, quasi quasi non riconosceva più la moglie e gli amati figlioletti perché erano diventati tutti neri per il fumo che usciva dal comignolo del camino!

Il primo giorno di febbraio fece capolino un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia Pasquino si era scurito tutto perché aveva dormito tutta la notte  abbracciando teneramente i suoi piccoli e la sua amata Nerea.

Da allora, i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un’eccezione!

Fu così che gli ultimi tre giorni di gennaio, che di solito sono i più freddi, furono detti i “tre giorni della merla”, per ricordare l’avventura di questa famigliola di merli milanesi.

👉 I migliori libri per imparare l’italiano!

 

Il piccolo principe

(Lettura ad alta voce di Ivana Balesova)

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno.
C’era scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono piu a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede”.
Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno. Era cosi:
Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: “Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?” Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava cosi:
👉 I migliori libri per imparare l’italiano!

 

Questo sito usa i cookie, anche di terze parti. Se continui a navigare nel sito, presti consenso a tale uso dei cookie.